IL GREEN THINKING E LA POLE POSITION DI OLANDA IN AUTO… ELETTRICA

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Passando per le strade di campagna o in una Napoli di qualche anno fa, l’opinione pubblica rimaneva sdegnata dall’abbandono di rifiuti di ogni genere senza poi alcun tentativo di aiutare l’ambiente. Ma l’ambiente purtroppo non risente solo delle discariche o delle bottigliette di plastica, ma di qualsiasi costruzione edile, di detersivi, di spreco energetico, di inquinamento delle falde acquifere, ..  la lista potrebbe essere infinita. Per fortuna, quelli “più grandi di noi”, ci hanno pensato al nostro posto – noi, piccole pedine mosse dal capitalismo e dall’influenza globale – pensando e tentando di realizzare per noi un’economia sostenibile che porti ad un commercio altrettanto sostenibile.

Questa idea, o meglio questo modello teorico di sviluppo è detto economia ecologica, e il suo obiettivo è quello di ridurre l’impatto ambientale che la produzione di qualsiasi tipo di merce, prodotto o materiale, può avere sull’ambiente, di modo che anche il PIL stesso (esso risente delle spese dedicate alla salvaguardia dell’ambiente) possa trarne vantaggio.

Ed ecco allora che nascono figure professionali dette “green manager” in grado di svolgere sia la parte amministrativa delle imprese che la parte “sostenibile”: Paride Raspadoni ha infatti raccontato a Sky.it la sua straordinaria ascesa nelle ditte italiane e straniere come incaricato responsabile di avviare l’azienda affidatagli verso una produzione energetica e materiale più “verde”. Ha inoltre affermato che a suo parere se l’Italia puntasse sul green oltre che al made in Italy, non avrebbe alcuna concorrenza straniera nei mercati. Una recente ricerca dell’ISFOL ha infatti decretato che i neolaureati in una materia ambientale trovano occupazione in meno di sei mesi.

Che stia forse diventando una moda essere green? Ben venga. Troviamo dappertutto infatti piccole imprese di giovani lavoratori che puntano sulla produzione di prodotti realizzati a partire da materiali riciclati, come Jan Willelm Van Bruegel, giovane imprenditore olandese che realizza oggetti di arredamento per la casa e accessori attraverso vecchie biciclette ormai in disuso.

Si diffondono inoltre aziende che hanno come obiettivo la sostenibilità ambientale degli edifici tentando di rendere ciascuna abitazione completamente indipendente da fonti di energia esterne, rendendola autosufficiente nella produzione di energia pulita.

Ma la grande novità del “green thinking”, forse anche grazie alle diverse conferenze svoltesi quest’anno, consiste nell’annuncio da parte di Olanda, Norvegia e India di abbandonare completamente le macchine a benzina e diesel per passare a quelle elettriche. Un’utopia? Un azzardo? Non si direbbe.

Il governo olandese infatti ha da qualche anno iniziato un cammino legislativo per arrivare a vietare, nel 2025, la vendita di automobili alimentate a benzina o diesel; si tratta ancora di una fase embrionale di legge, ma il provvedimento, sostenuto dal partito Laburista PvdA, con il quale si schierano i deputati dei Liberal Democratic D66, dei verdi GroenLinks e del partito ChristenUnie, ha già ottenuto una prima approvazione in Parlamento.

La verde Olanda dei papaveri, rinomata per il suo spirito “ciclabile” e “rinnovabile”, già nel 2013 aveva siglato un ‘accordo sull’energia’ a livello governativo al fine di promuovere iniziative green nell’ambito dell’energia, dell’isolamento termico degli edifici e della riduzione della CO2.

Nello scorso dicembre l’Olanda, assieme ad altre quattro nazioni e otto Stati del Nordamerica avevano formato la Zero-Emission Vehicle Alliance per arrivare entro al 2050 alla esclusiva vendita di automobili eco-compatibili.

Di recente uno studio commissionato da Bloomberg ha evidenziato che questa potrebbe essere una delle ultime generazioni con le auto a benzina o gasolio. L’asticella è fissata un po’ più avanti rispetto all’Olanda e, con un passaggio graduale, l’adozione completa delle auto elettriche dovrebbe avvenire nel 2040. Oggi le elettriche rappresentano l’1% del parco auto globale ma si prevede che fra 25 anni saranno almeno al 35%. Un passaggio attuabile grazie al fatto che le batterie agli ioni di litio, oggi elementi fondamentali per le auto elettriche, costeranno sempre meno. Sempre Bloomberg indica infatti che già nel 2025 le elettriche potrebbero addirittura costare meno delle attuali auto.

In questa direzione si sta muovendo anche l’India che, per dimensioni, ha davanti a se un mercato enorme. Il ministro dei trasporti indiani ha fissato una soglia: il paese avrà veicoli elettrici al 100% entro il 2030. I giornali indiani parlano di un progetto “inverosimile” dato che le risorse e le attitudini di olandesi e norvegesi (che hanno fissato il cambio per il 2015) sono decisamente “più avanti” sia nei progetti di sostenibilità aziendale sia come “contributi economici per il cambiamento”, ma chi sa, mai dire mai.

 

Sofia Crugnola

Primavera 1945

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Primavera 1945
La storia sta finalmente per subire una svolta netta, dopo anni di conflitti apparentemente insanabili, battaglie infinite, tuoni di aerei nel silenzio della notte e eserciti allo stremo. Le vicende e gli esiti della “Grande Storia” sono più o meno noti ai posteri, quello che invece va perdendosi dalla memoria collettiva sono tutte le piccole storie di gente ordinaria vissuta in quei tempi bui.
La mia proposta è di fare un piccolo salto indietro nel tempo per rivivere quei mesi di trasformazione con gli occhi semplici e forse un po’ inconsapevoli di un ragazzo di 17 anni (per comodità lo chiameremo Giovanni) che non si trovava ancora al fronte, in quanto minore, bensì occupato in una azienda statale la quale produceva calzature per l’esercito ufficiale. L’indagato speciale, classe 1927,  mi racconta volentieri di quel tempo per noi lontanissimo ancora ben impresso nella sua memoria….
La tragedia era giunta come inevitabile: dopo la guerra in Abissinia e le forti sanzioni della Società delle Nazioni ai danni dell’Italia fascista, il nostro Paese di ritrovò alle strette e si avvicinò agli unici che sembravano offrire un appiglio al Duce: Hitler e la sua Germania. Quando la guerra scoppiò, l’Italia si trovava ormai troppo vicina alla Germania e la scelta di entrare in guerra al fianco dei tedeschi era in quel frangente quasi obbligata. Giovanni allora era poco più che un bambino. La notizia ovviamente scosse la tranquillità di quegli ambienti che dopo anni di dittatura si erano costruiti un proprio equilibrio, le razioni di pane e zucchero, le campane notturne, i giovani al fronte, un’atmosfera mista di ammirazione e orrore per un ragazzino. Tuttavia la vita scorreva abbastanza tranquilla, i fronti erano lontani e quelli che rimanevano erano troppo occupati a lavorare. La situazione per la popolazione precipitò quando l’Italia cambiò fronte: i fascisti dopotutto era pur sempre Italiani, ma i tedeschi no, i tedeschi erano cattivi, spietati con quelli che li avevano traditi; e si sa, più si avvicina la fine, più i violenti si sfogano sui deboli.
Tornando alla primavera del 1945, l’armata tedesca ormai conservava solo pochi avamposti nella nostra Penisola, a cui però si attaccò con i denti. In un pomeriggio qualunque il nostro Giovanni camminava con un amico lungo il Sempione, andava in ditta, verso i colli di Sant’Erasmo, (in quella zona erano stanziate le sentinelle tedesche) , quando d’un tratto uno sparo ruppe il silenzio. In fondo alla strada accasciato giaceva un uomo, una ferita alla coscia e fiumi di sangue. Non si era fermato all’alt quel disgraziato, se lo caricarono in spalla, le mani alzate in segno di pace e corsero verso l’ospedale.
Di episodi come questi ne accadevano molti, alla luce del giorno, in quei mesi finali, stremati.
Poi finalmente la liberazione, gli Americani entrarono a Milano, l’Italia si volgeva verso un futuro democratico e libero. Ma che ne rimane di quelle storie ordinarie, di gente comune, che fino all’ultimo rimase nella propria terra a convivere con il dolore?

Lovecraft: la visione del mondo dal punto di vista del rinnovatore della letteratura horror

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Lovecraft è stato uno scrittore che ha rinnovato la letteratura del terrore, unendo nei suoi racconti fantascienza, fantasy e horror. È stato fonte di ispirazione per scrittori del calibro di Stephen King e Neil Gaiman, e per registi come Guillermo del Toro e John Carpenter. Nonostante la popolarità raggiunta ai nostri giorni, Lovecraft non vide mai una sua opera sotto forma di libro, solo in riviste pulp e morì convinto di essere stato una nullità.

“Il senso dell’umorismo mi ha aiutato a sopportare la vita: infatti, in mancanza d’altro riesco sempre a procurarmi un sorriso sarcastico riflettendo sulla mia stessa insignificante ed egoistica esistenza!”

Lovecraft proveniva da un ambiente familiare travagliato: il padre morì in manicomio dopo la sua nascita mentre la madre cadde lentamente in preda alla follia, impedendo al figlio di uscire di casa o di andare a scuola, tutto ció aggravato da un crollo finanziario che porto la sua famiglia alla povertà. Questi fatti lo portarono ad escludersi dalla società e a considerarsi estraneo al mondo, rispecchiandosi nei personaggi creati dalla sua penna. Nonostante la sua solitudine ebbe un incredibile corrispondenza con altri intellettuali, scrivendo all’incirca 100 mila lettere in 20 anni, tra cartoline e resoconti, alcuni anche da 70 pagine. Al centro dei suoi racconti pone un pantheon di incredibili creature mostruose e divine dai mille occhi e tentacoli, provenienti dalle profondità dello spazio, le quali hanno creato l’umanità per puro errore. La visione pessimistica della vita era un elemento tipico di Lovecraft, il quale considerava la vita un fenomeno sopravvalutato, difatti nei suoi racconti gli umani sono solo pedine che subiscono lo scorrere degli eventi, culminanti con un finale a sorpresa grottesco. Nonostante il suo cinismo e la sua apatia, nei suoi scritti dimostrò una ricchezza di umanità e genio, riflettendo sulla vita e sulla religione, mostrando anche come a volte gli esseri piú mostruosi si nascondano dentro di noi. È interessante come le creature nate dalla sua penna rappresentano gli aspetti piu brutali e malvagi dell’uomo, nascosti da un velo sottile che può stracciarsi quando si affronta il vero volto della realtà.

“Questa nostra razza umana non è che un banale incidente nella storia dell’universo. Negli annali dell’eternità dell’infinito non ha più importanza del pupazzo di neve di un bambino nella storia dei popoli delle nazioni di questo pianeta”

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AUTOSTIMA DI PRIMA MATTINA

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Ogni anno la scuola offre agli studenti l’opportunità di partecipare alle assemblee d’istituto: come relatori o semplicemente come attivi spettatori. Queste giornate sono molto importanti: nelle varie assemblee si ha infatti la possibilitá di parlare di differenti argomenti; ognuno molto importante ed attuale. Si può, perciò, scegliere a quali assistere e con il dialogo apprendere cose nuove o semplicemente scambiare le proprie opinioni. Ho assistito per tre anni con grande entusiasmo a differenti esposizioni ed ora, al quarto anno di liceo, in compagnia di due mie compagne ho deciso di cimentarmi in prima persona come relatrice di un’assemblea. Il tema che abbiamo scelto è stato quello dell’autostima, dato che nella delicata fase che è l’adolescenza, è piuttosto difficile trovare un ragazzo che sia sicuro di sé e abbia fiducia nelle proprie capacitá. Il primo giorno è stato quello più critico, dato che per tutte e tre é stata in assoluto la prima assemblea, ma superato l’iniziale imbarazzo, le prime, timide opinioni si sono fatte sentire. Il secondo ed il terzo giorno è andata decisamente meglio, grazie ad una maggiore scioltezza da parte delle relatrici, gli indispensabili interventi dei rappresentanti d’istituto e l’interesse mostrato dai ragazzi. Nonostante la posizione un po’ svantaggiata, il pubblico si é mostrato in gran parte numeroso ed anche nei momenti con meno affluenza si è rivelato sempre partecipe. Quest’esperienza si è dimostrata un traguardo importante: fino a qualche mese fa non avrei mai creduto che sarei riuscita a parlare davanti a un pubblico così numeroso, e mai avrei immaginato che alla fine mi sarebbe persino piaciuto. In questi giorni ho imparato molto: oltre a superare la mia timidezza, ho ampliato i miei orizzonti; dai dibattiti sono emerse cose che mai avrei pensato, molte delle quali si sono rilevate poi fonte di riflessione. Purtroppo, ho potuto anche notare alcune delle conseguenze della nostra societá: la mancanza di individualitá, di personalità, e di curiositá. Talvolta, anche se è difficile ammetterlo, ci si ritrova parte di un gregge ed il proprio pensiero diventa, così, omologato a quello degli altri. Si pensa di essere alternativi, quando invece, si è parte integrante della massa. Fortunatamente, molte persone mi hanno colpita: persone curiose, vivaci, con una spiccata sensibilità e aperte al dibattito. È proprio a loro che devo la realizzazione dell’assemblea e spero che da quest’ultima i ragazzi, come me, abbiano imparato qualcosa. Non so se rifarò in futuro un’esperienza simile, ma la consiglio vivamente a tutti, soprattutto ai più timidi ed insicuri: per esprimere il proprio pensiero, ma soprattutto per imparare a superare quegli ostacoli che spesso ci limitano.
Beatrice Mugnaini

#STOPTRIVELLE, il #SI che salva il nostro mare.

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17 aprile 2016. L’Italia è chiamata a esprimersi in referendum popolare pro o contro le trivellazioni nei nostri mari alla ricerca di giacimenti di idrocarburi.

COSA DEVI SAPERE
Purtroppo le attività petrolifere sono già in atto sulle nostre coste entro la distanza di 12 miglia (cioè fino a 22 km dalle coste e non oltre) e il referendum si propone di votare a favore o contro lo STOP ai lavori.

NON HO CAPITO
L’approvazione dei lavori è stata una “concessione” che si sarebbe protratta entro e non oltre un periodo di tempo stabilito e determinato. Tuttavia l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente prevede che i lavori continuino fino a che i giacimenti non siano esauriti.
Nel referendum abrogativo siamo chiamati a votare SI per “annullare” questa legge, cioè per fermare entro i tempi stabiliti le trivellazioni, con il NO, al contrario, si esprime il consenso al protrarsi dei lavori.

VOTARE È IMPORTANTE PERCHÈ
Se il referendum non raggiunge il QUORUM (cioè il voto di almeno il 50% degli aventi diritto) perde di validità. Ciò è deleterio perché si dimostra l’ignavia e la passività dei cittadini, incentivo per la politica a fare un po’ quello che vuole.

PERCHÈ VOTARE SI
I presunti “giacimenti” di petrolio delle nostre coste, contrariamente a quanto viene diffuso, non ci renderebbero indipendenti dalle importazioni da altri paesi, servirebbero a malapena per soddisfare i consumi italiani di idrocarburi di 2 mesi. Non ne vale la pena, sia perché i lavori hanno un costo (che sia statale o privato, in ogni caso gli interessi sul prodotto finale li pagano i consumatori all’acquisto) sia perché petrolio + mare è un binomio che come tutti sanno stona. E poi parliamone, avete visto il prezzo del petrolio ora? Cambiamo le norme sulle accise, investiamo in energie rinnovabili, violentare le coste italiane per un paio di barili è uno spreco sciocco.

Votate con responsabilità.

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Morelli Clara

Il dilemma del prigioniero

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Dilemma del prigioniero prigioniero[1]

Il dilemma del prigioniero fu proposto negli anni cinquanta da Albert Tucker come problema relativo alla Teoria dei giochi.

Un reato è stato commesso ma non ci sono prove sufficienti per decretarne il colpevole. I due uomini maggiormente sospettati vengono arrestati e rinchiusi in due celle diverse. Viene loro impedito di comunicare e ad ognuno vengono date due scelte: confessare l’accaduto, oppure tacere. Secondo le seguenti condizioni:

1.se solo uno dei due confessa, chi ha confessato evita la pena; l’altro viene però condannato a 7 anni di carcere.
2.se entrambi confessano, vengono entrambi condannati a 6 anni.
3.se nessuno dei due confessa, entrambi vengono condannati a 1 anno.

Come si comportano i due prigionieri? Collaborano per ridurre al minimo la condanna di entrambi o uno dei due tradisce l’altro per minimizzare la propria?

Viene seguita la strategia più vantaggiosa? Si? No? Perché? Su che basi? Siamo davanti a un dilemma paradossale? Tanto banale da confondere eh?

Studi e le possibili soluzioni prossimamente sul blog!

Clara Morelli

Cosa vuol dire leggere un libro?

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Secondo il dizionario, i libri sono “insieme di fogli stampati cuciti insieme e racchiusi in una copertina”.
Niente di più giusto, ma secondo voi, cosa sono realmente i libri?
Sono soltanto un insieme di pagine, oppure sono qualcosa di più?
Sinceramente, io penso che il libro sia un modo per poter evadere dalla vita abitudinaria di tutti i giorni, partendo per mete sconosciute, usando la fantasia e l’immaginazione, un po’ come quando si è piccoli. Nella vita di tutti i giorni, spesso dimentichiamo la spensieratezza di quando si è piccoli, la magia che accompagna ogni momento. Gli scivoli diventano castelli, le altalene aeroplani, la sabbia farina per torte. Spesso mi capita di avere nostalgia di quei tempi, quando ancora tutto mi sembrava una nuova realtà da scoprire. Un libro, dunque, non può essere anche questo? Un modo per ricordarsi quanto spensierata possa essere la vita anche oggi, dove tutto sembra correre, e dove ogni momento scompare e viene dimenticato nell’istante stesso in cui passa. Quando si legge il tempo diviene relativo, tutto intorno si ferma. Sembra che vi sia più tempo per tutto, che un momento duri un’eternità. Vi è mai capitato di iniziare a leggere con il sole, e finire quando questi è ormai scomparso dietro l’orizzonte, perdendovi tra mille parole, e altrettanti pensieri?
Secondo Cicerone “I libri sono l’alimento della giovinezza e la gioia della vecchiaia.”
Cosa vuol dire questa frase?
Secondo me, in base al punto di vista può assumere significati differenti. Secondo il mio, Cicerone intende dire che i libri sono come dei piccoli mattoncini di sapere, che impilati uno sull’altro, riescono ad alimentare, quindi rallegrare, incoraggiare, riempire la vita di un giovane, per poi far parte di lui. E dopo? I libri verranno mai dimenticati? Pensatevi tra molti, e molti anni, seduti su una sedia a dondolo, intenti a guardare i vostri nipoti. Ogni loro piccolo gesto vi ricorderà le gesta di un eroe dei vostri libri, se mai dovesse agitare un bastoncino potrebbe ricordarvi Harry Potter, o se si imbattesse in disegni strani Shadowhunters, e molti altri ancora.
Questo è –ovviamente- ciò che io penso riguardo una delle mie più grandi passioni, ma ho voluto ampliare un po’ la mia “ricerca”, chiedendo ad alcuni miei compagni di lettura cosa significhi realmente leggere per loro.
Una di loro mi ha risposto così: “per me leggere significa entrare in un mondo in cui mi sento accettata”. Devo essere sincera, mi ha lasciato molto sbalordita questa sua affermazione, anche se mi ha fatto molto pensare. Un semplice libro, fatto di carta ed inchiostro, può essere un rifugio, può aiutare a dimenticare le preoccupazioni per un attimo, e farti sentire in un posto che senti realmente tuo, personale.
Un’altra mia amica, mi ha risposto: “Per me leggere è vivere, perché lo faccio da quando era piccola. Ricordo ancora i libri con le immagini che avevo da bambina, di cui imparavo le storie a furia di sentirle per riuscire a leggerle da sola. Non ho mai pensato alla mia vita senza la lettura, è come una necessità al pari del bere e del mangiare. Quando leggo mi sento in pace con me stessa, mi sento capita, mi sento incoraggiata a fare qualcosa. Come diceva Umberto Eco, ho la possibilità di vivere altre vite e altre situazioni.” Io penso che questo sia ciò che tutti noi pensiamo, e che tutti noi proviamo nello sfogliare le pagine di un libro.
Un altro pensiero, è stato: “Se un libro è davvero bello è quasi come entrare a far parte della storia stessa, come se per un certo periodo potessi vivere in un mondo differente, anche migliore.” Quante volte capita di entrare nel libro, camminare tra le parole, e saltare tra le pagine, immaginando di essere davvero parte della storia?
Infine, l’ultimo mio compagno di lettura mi ha risposto: “Mi piace leggere perché è interessante, potrei passare pomeriggi interi leggendo. Mi permette di imparare cose nuove ed ampliare il mio lessico.” La lettura, infatti, non solo può essere interessante, ma anche costruttiva: può insegnare culture e tradizioni differenti, parole nuove e ricercate, quindi come rivolgersi, come parlare. La cultura di una persona, si vede anche dal modo in cui questa parla, da come imposta il discorso, dalle parole che usa, come dice un mio professore.
In conclusione, vorrei riproporvi la domanda.
Cosa vuol dire leggere un libro, per voi?

Letizia Santini