HUGO CABRET

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di Francesca Guzzo

Ho avuto il mio primo contatto con il mondo del cinema nel 2011 grazie al film “Hugo Cabret”, diretto da Martin Scorsese. È stata la prima pellicola di cui mi sono innamorata: mi ha fatto scoprire la bellezza del cinema e come tante emozioni, che fino ad allora ritenevo possibili da esprimere solo nella vita reale, si potessero trasmettere attraverso uno schermo.

Tratto dal libro “La straordinaria invenzione Hugo Cabret” di Brian Selznick, la storia narra di Hugo Cabret, un orfano dodicenne che viveva nascosto in una stazione ferroviaria della Parigi degli anni trenta. Dopo la morte del padre, a causa di un incendio scoppiato nel museo dove lavorava, e la dipartita dello zio, manutentore degli orologi di una stazione ferroviaria, Hugo fu costretto a controllare gli orologi e a rubare ciò che gli serviva per poter sopravvivere. Di suo padre gli era rimasto solo un robot meccanico da dover riparare: con l’automa, Hugo instaurò un rapporto speciale, una relazione che lo metteva in contatto con l’anima del padre. Il costruttore del robot altri non era che il famoso regista Georges Méliès, gestore di un chiosco di giocattoli proprio alla stazione, e, senza saperlo, il ragazzo lo conobbe dopo essere stato scoperto a rubare dal suo chiosco dei pezzi meccanici per riparare il robot. Méliès aveva abbandonato l’attività cinematografica in quanto la guerra lo aveva mandato in rovina e poiché in un incidente era morto un suo fidato collaboratore, di cui quindi aveva deciso di accudire la figlia. Il film racconta infine la riscoperta e il riconoscimento dei meriti e della qualità dell’opera di Méliès da parte della critica cinematografica.

Martin Scorsese decide di farci vivere la storia da vicino girando il suo primo film in 3D, riesce a dare alla pellicola, ideata per i bambini, un tocco drammatico e storico, inserendo dialoghi e scene di forte impatto, immedesimandosi nel corpo di un goffo nonno restio a raccontare la sua storia. Il regista usa le più moderne e raffinate tecnologie digitali e stereoscopiche in modo anti-moderno, inserendo un riconoscimento al famoso Méliès tratto dalla pellicola “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”. La scelta ottima degli attori, tra cui Asa Butterfield e Chloë Grace Moretz, contribuisce a dar vita ad un capolavoro.

Reputo personalmente che il film sia stato un grande successo, non solo per i vari riconoscimenti ottenuti ai Golden Globe, dove Scorsese ha vinto il premio come miglior regista, ma anche per l’innovazione messa in campo nel girare un film storico e commemorativo. Se dovessi cercare una parola che rappresenti questa pellicola, direi che questo film è un po’ “mio”, in quanto mi ha offerto la possibilità di avvicinarmi ad un’arte così meravigliosa e tanto affascinante.

LA FERITA DEL CINEMA

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di Francesco Cassata e Federico Orsini

 

Cinema come poesia, come forza, ferita e cura. Disturbo. Due visioni diverse e complementari, due sguardi simili e differenti sulla settima arte.

 Cinema come Esperienza (di Francesco Cassata)

Il Maestro Alchimista è seduto al tavolo, circondato dai nove discepoli. Dopo un attimo di silenzio inizia a parlare: “Incominciammo in una favola, abbiamo trovato la vita … ma … questa vita è realtà? No! … è un film! (ora guarda in camera) Zoom indietro! (lentamente lo zoom indietro rivela il set) Non siamo che immagini, sogni, fotografie! (sempre guardando in camera) Non dobbiamo restare qui, prigionieri! Romperemo l’illusione! Questa è magia! (si alza e, insieme agli altri attori, ribalta il tavolo di scena) La vita reale ci attende!”. Dissolvenza in bianco. Titoli di coda.
Questa parole spezzano improvvisamente l’illusione dello spettatore, che è abbandonato a fissare lo schermo, quello stesso schermo che tra poco diverrà un black mirror nel quale sarà costretto a specchiarsi, e a scoprire in sé dei cambiamenti.
Alejandro Jodorowsy, regista e attore de “La Montagna Sacra” (1973), da cui è preso il dialogo, aveva ben chiara l’esperienza cinematografica, concetto spiegato magistralmente da Bunuel e Dalì in “Un Chien Andalou” (1929), nella famosa scena del taglio dell’occhio, che è monito meta-cinematografico: il compito dei registi (è lo stesso Bunuel a brandire il rasoio) è quello di eliminare la visione “fisica” per favorirne una “metafisica” (al di fuori, quindi, del mero senso della vista, bensì come esperienza intellettiva).
Esperienza che è immersione (“Del Tuffarsi e dell’Annegarsi” direbbe Paolo Gioli) in un universo fittizio che lo spettatore stesso rende possibile, attraverso un implicito “patto di fiducia” con l’opera. Certe volte il connubio tra immagini (e non immagini) e suono (e silenzio), che è la settima arte, ci abbraccia dolcemente – penso alla mia visione di “Viaggio a Tokyo” (Jasujiro Ozu, 1953), “Il Posto delle Fragole” (Ingmar Bergman, 1957) o “Manhattan” (Woody Allen, 1979) – e altre volte ci disturba, ci ferisce – come per esempio “Eraserhead” (David Lynch, 1977), “Dancer in the Dark” (Lars Von Trier, 2000) o “Maps to the stars” (David Cronenberg, 2014) – ma, quando si parla di esperienza, non di visione fisica, opera sempre in noi un cambiamento, una mutazione che è il fine ultimo e più importante di questa esperienza.
Conobbi il cinema con “Shining” (Stanley Kubrick, 1980): prima di quel momento i film erano per me unicamente un divertimento fatto di supereroi, effetti speciali ed emozioni a buon prezzo, ma quelle carrellate, quelle inquadrature perfette che sembravano giustificare la follia di Jack, tagliarono il mio occhio da spettatore fisico, insegnandomi a guardare oltre. Fui terrorizzato da quel film.
Quando i registi sfruttano la potenza del mezzo cinematografico, vale a dire la potenza dell’immagine, riescono a dar vita ad opere che resteranno nel cuore di chi guarda, trasformandosi in esperienza. E per potenza, sia ben chiaro, non intendo quella della tecnologia che oggi possiede l’industria cinematografica, ma quella della teoria: saper, cioè, sfruttare il valore espressivo di ogni immagine, suono, taglio di luce o movimento, ecco perché, ad esempio, “Delitto Perfetto” (Alfred Hitchcock, 1954) riuscirà a comunicare meglio di un qualsiasi film hollywoodiano degli ultimi anni.
Il cinema sia poesia e riscaldi il cuore, sia shock e colpisca allo stomaco, sia ribellione, sia intelligenza, sia grido disperato d’aiuto.
Questo è il messaggio con in quale Federico ed io iniziamo questa rubrica, nella speranza di riuscire a trasmettervi la nostra passione per quest’arte o, quantomeno, di incuriosirvi e di stimolarvi a guardarla con occhio nuovo.
“La vita reale ci attende”.

 

Fuori e dentro la pellicola (di Federico Orsini)

A volte vorremmo che scene brevi della nostra vita fossero brevissime e che quelle più lunghe fossero addirittura lunghissime. Talvolta, invece, vorremmo l’esatto contrario; ma la realtà è che ogni scena -ogni attimo- della vita, ha una sua imprescindibile durata, un proprio unico e distinto peso, che la rende insostituibile e identica solo a sé stessa. Ed è questo che il Cinema, la finzione, ci insegna riguardo alla realtà: non c’è un tempo che non sia relativo al suo peso. Ci sono giorni che possono pesare come secondi, mesi che possono avere un peso che non valga neppure la pena di rilevare, anni che assomigliano a minuti o giorni che si scambiano per una vita intera. Tutto ha infatti un peso nella nostra vita e la cinepresa ha forse il potere di esplicitarlo, misurando appunto, il peso di quel tempo. Questo rapporto tra il tempo e il suo peso è ciò che più accomuna il cinema e la vita.
La vita diventa cinema e il Cinema diventa Vita.
Molti pensano che il cinema si riduca a una sala cinematografica. Troppi dicono di vedere un film per una questione di circostanza, per riequilibrarsi, per liberarsi della loro ipocondria, ma il cinema non è solo una cura, un intrattenimento, una terapia: è ferita e rimarginazione.  Distruggere e correggeresalvare e condannare: sono questi gli occhi e le orecchie del Cinema. Questo, infatti, non deve essere un intermittente svago ricreativo, ma una ri-creazione tanto autorevole, quanto la migliore letteratura, come il più efficace dei linguaggi che l’uomo può padroneggiare. Certamente non si può disgiungere il cinema dall’emozione. Non bisogna, però, confonderlo col nostro singolo sguardo, col nostro sentimento, proprio perché il Cinema vive di vita propria. Non siamo noi a dargli la vita, con le nostre “classificazioni teoriche”, che si allontanano troppo da quell’imprevedibilità che è, invece, propria del cinema e che è prerogativa della vita reale. Infatti, il cinema vive e per questo soffre e ci fa soffrire, così come può anche sorridere, facendoci gioire. Proprio questo Cinema tende a superarci, a sembrare sempre più “avanti”, sia perché segue una strada diversa dalla nostra, sia perché va oltre il nostro tempo, essendo in grado di prevederlo, di “descrivere” e di “prescrivere” per migliorare il presente. Il Cinema, nella sua interezza, è fatto di tanti film, di tante vite, che nascono, muoiono e si sviluppano su una pellicola di pochi metri. Per definizione, quindi, il Cinema è in contatto con l’avvenire, perché, come la Vita, è sempre proiettato nel futuro. Così facendo abbatte la superficialità dell’Immagine, migliorando invece la nostra Vista in ampiezza e in profondità. Proprio per questo il cinema è come una lente di ingrandimento sulla vita, perché quando si sta bene, fa stare benissimo, e se invece si sta male, fa stare malissimo. Il Cinema, come ogni ferita, può essere estenuante, ma può essere l’unico modo per raggiungere, attraverso uno stato di sgomento, una maggiore coscienza e consapevolezza.
Vedere un film di Bergman o di Tarkovskij è come aggravare la situazione di ciascuno, rendendo più evidenti i suoi turbamenti, perché individuandoli, si possano infine curare; e così si potrebbe guarire dalla Malattia più immanente e dimenticata: quella che matura nell’indifferenza.
Un giorno una persona potrebbe dirti di aver appena visto un “bellissimo film”, chiedendoti, di conseguenza, cosa ne pensi. Allora le domanderai di quale film stia parlando e quella, invece, ti risponderà, come infastidita dalla sua stessa memoria: “ma come… quel film! Quel…”. E provando a rubarle un ricordo qualsiasi, o anche solo un nome, ti sentirai rispondere, stupefatto, che non si ricorda neppure quale sia il titolo di quel famoso film, arrivando però a giurare sulla sua bellezza. Allora ti potrà venire il dubbio che “quel film” non sia altro che il Cinema. E se chiamiamo cultura quello che rimane quando si dimenticano le nozioni, così varrebbe per il concetto di Cinema. Infatti questo ci appare spesso come la somma dei singoli film, e non come quel tempo che li unisce tutti in un unico movimento, che è Cinema, e che è il peso stesso della Vita. Il Cinema è geloso della vita. È geloso di noi, dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti. Perciò ruba tutto ciò che è nostro e lo sviluppa con il suo peso aumentatonel suo tempo dilatato o concentrato e ce lo restituisce, ingigantito. E in una semplice sala, al buio, rivediamo, caricandoci del loro peso, tutte quelle cose che il Cinema ci aveva rubato. Dunque dovremmo tutti fare di questo cinema un nostro riflesso, perché finché avremo paura delle nostre immagini, dei nostri volti proiettati in grande, non comprenderemo mai la nostra infinita piccolezza. Quindi, se scegliamo di vivere il Cinema, dovremmo smettere di “andare -unicamente- al cinema”, scegliendo, invece, di essere già e sempre in questo, vivendolo. “Andare al cinema” significherebbe considerarlo come un qualcosa che debba essere per forza raggiunto, che sia esterno, troppo lontano o troppo vicino! Invece dobbiamo capire che è il Cinema a farci entrare in noi. Soltanto così vedremo proiettata sullo schermo la nostra vita e solo così saremo davvero umili nell’affacciarci alla coscienza. Perché è questa la verità di chi vive quella realtà: essere contemporaneamente fuori e dentro la pellicola.

THEY CALL ME CRY BABY, CRY BABY…

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8 Novembre 2016, ore 21:15, nella discoteca Fabrique sta per iniziare un concerto. Il è pubblico composto da ragazzi dai capelli colorati e truccati con tinte particolari, vivaci, pastello. Ad un tratto si abbassano le luci ed entra in scena, sul palco, una ragazza dai capelli metà biondi e metà neri, truccata e vestita come una bambolina. Dà inizio al concerto con la prima canzone del suo primo album, Cry Baby: tutti i ragazzi si mettono a cantare con lei, emozionati. Si crea un’atmosfera unica in cui sembra siano presenti solo lei e il suo pubblico, i fan cantano sempre più forte, immedesimandosi completamente nelle canzoni che hanno ascoltato e riascoltato e grazie alle quali si sono sentiti capiti da qualcuno, che li ha accompagnati in momenti e belli e brutti semplicemente attraverso la sua musica, come se fosse capace di cantare delle loro emozioni.

Melanie Martinez è una cantautrice statunitense di 21 anni che fa il suo debutto nel 2012, durante la terza edizione americana di The Voice da cui verrà purtroppo eliminata alla quinta settimana. Nonostante questa sconfitta si rimetterà in gioco nel 2014 con il suo primo singolo, Dollhouse. Il suo primo album, Cry Baby, descrive le difficoltà a cui va incontro ogni adolescente crescendo. Il genere delle sue canzoni è Indie, Darkwave ed Elettropop. La sua prima tappa in Italia, durante il Cry Baby Euro Tour 2016, è stata il 7 e l’8 Novembre.

Il 7 Novembre alcuni Cry Babies hanno avuto la possibilità di incontrarla ad un In-store organizzato dalla Mondadori in Piazza Duomo, hanno potuto fare una foto con lei e farsi autografare il CD. Alcuni fan erano in fila dalla mattina presto, lei sarebbe arrivata intorno alle ore 15:00. Poco prima di iniziare a firmare le copie si è affacciata dal balcone della libreria salutando tutti i ragazzi che erano venuti ad incontrarla. L’organizzazione dell’evento non era delle migliori, ma la cantante, nonostante la stanchezza dopo diverse ore, ha deciso incontrare tutti i fan prima di andarsene.

Il giorno dopo, l’8 Novembre, fu il turno del concerto presso il Fabrique di Milano. Vi erano persone venute da diverse parti d’Italia per vederla, addirittura disposte a passare la notte precedente davanti all’ingresso del locale. Nonostante ciò, tutti sono riusciti ad aggiudicarsi un posto all’interno del locale.

Il concerto, aperto dagli Alvarez Kings, è iniziato intorno alle 21:15 e la scaletta era la medesima dell’ordine delle canzoni nell’album:
Cry Baby
Dollhouse
Sippy Cup
Carousel
Alphabet Boy
Soap
Training Wheels
Pity Party
Teddy Bear (Deluxe)
Tag, You’re It
Milk and Cookies
Pacify Her

Mrs. Potato Head
Mad Hatter
Cake (Deluxe)

Dopo Mad Hatter la cantante si congeda, annunciando il suo ritorno il prossimo anno. I fan, dopo qualche minuto dopo, iniziano ad urlare il suo nome: lei torna sul palco e canta Cake.

Perché i Cry Babies sono così affezionati a Melanie? Prima di tutto, perché non scrive canzoni solo per la vendita, ma poiché esprime sé stessa in ognuna di esse, ogni canzone ha un significato, in cui si ci può rispecchiare. Melanie, inoltre, è stata la prima ex concorrente di The Voice a raggiungere il successo internazionale, nonostante non abbia vinto: questo può insegnarci a non abbatterci mai. Il suo stile è originale e lei non nasconde i suoi difetti, scusandosi per il suo carattere timido e a volte impulsivo.

All the best people are crazy…It’s true!” -(Melanie cantando Mad Hatter durante il concerto).

Sperando che questo articolo vi sia piaciuto e vi abbia fatto incuriosire, vi saluto e alla prossima! 😉

IL GREEN THINKING E LA POLE POSITION DI OLANDA IN AUTO… ELETTRICA

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Passando per le strade di campagna o in una Napoli di qualche anno fa, l’opinione pubblica rimaneva sdegnata dall’abbandono di rifiuti di ogni genere senza poi alcun tentativo di aiutare l’ambiente. Ma l’ambiente purtroppo non risente solo delle discariche o delle bottigliette di plastica, ma di qualsiasi costruzione edile, di detersivi, di spreco energetico, di inquinamento delle falde acquifere, ..  la lista potrebbe essere infinita. Per fortuna, quelli “più grandi di noi”, ci hanno pensato al nostro posto – noi, piccole pedine mosse dal capitalismo e dall’influenza globale – pensando e tentando di realizzare per noi un’economia sostenibile che porti ad un commercio altrettanto sostenibile.

Questa idea, o meglio questo modello teorico di sviluppo è detto economia ecologica, e il suo obiettivo è quello di ridurre l’impatto ambientale che la produzione di qualsiasi tipo di merce, prodotto o materiale, può avere sull’ambiente, di modo che anche il PIL stesso (esso risente delle spese dedicate alla salvaguardia dell’ambiente) possa trarne vantaggio.

Ed ecco allora che nascono figure professionali dette “green manager” in grado di svolgere sia la parte amministrativa delle imprese che la parte “sostenibile”: Paride Raspadoni ha infatti raccontato a Sky.it la sua straordinaria ascesa nelle ditte italiane e straniere come incaricato responsabile di avviare l’azienda affidatagli verso una produzione energetica e materiale più “verde”. Ha inoltre affermato che a suo parere se l’Italia puntasse sul green oltre che al made in Italy, non avrebbe alcuna concorrenza straniera nei mercati. Una recente ricerca dell’ISFOL ha infatti decretato che i neolaureati in una materia ambientale trovano occupazione in meno di sei mesi.

Che stia forse diventando una moda essere green? Ben venga. Troviamo dappertutto infatti piccole imprese di giovani lavoratori che puntano sulla produzione di prodotti realizzati a partire da materiali riciclati, come Jan Willelm Van Bruegel, giovane imprenditore olandese che realizza oggetti di arredamento per la casa e accessori attraverso vecchie biciclette ormai in disuso.

Si diffondono inoltre aziende che hanno come obiettivo la sostenibilità ambientale degli edifici tentando di rendere ciascuna abitazione completamente indipendente da fonti di energia esterne, rendendola autosufficiente nella produzione di energia pulita.

Ma la grande novità del “green thinking”, forse anche grazie alle diverse conferenze svoltesi quest’anno, consiste nell’annuncio da parte di Olanda, Norvegia e India di abbandonare completamente le macchine a benzina e diesel per passare a quelle elettriche. Un’utopia? Un azzardo? Non si direbbe.

Il governo olandese infatti ha da qualche anno iniziato un cammino legislativo per arrivare a vietare, nel 2025, la vendita di automobili alimentate a benzina o diesel; si tratta ancora di una fase embrionale di legge, ma il provvedimento, sostenuto dal partito Laburista PvdA, con il quale si schierano i deputati dei Liberal Democratic D66, dei verdi GroenLinks e del partito ChristenUnie, ha già ottenuto una prima approvazione in Parlamento.

La verde Olanda dei papaveri, rinomata per il suo spirito “ciclabile” e “rinnovabile”, già nel 2013 aveva siglato un ‘accordo sull’energia’ a livello governativo al fine di promuovere iniziative green nell’ambito dell’energia, dell’isolamento termico degli edifici e della riduzione della CO2.

Nello scorso dicembre l’Olanda, assieme ad altre quattro nazioni e otto Stati del Nordamerica avevano formato la Zero-Emission Vehicle Alliance per arrivare entro al 2050 alla esclusiva vendita di automobili eco-compatibili.

Di recente uno studio commissionato da Bloomberg ha evidenziato che questa potrebbe essere una delle ultime generazioni con le auto a benzina o gasolio. L’asticella è fissata un po’ più avanti rispetto all’Olanda e, con un passaggio graduale, l’adozione completa delle auto elettriche dovrebbe avvenire nel 2040. Oggi le elettriche rappresentano l’1% del parco auto globale ma si prevede che fra 25 anni saranno almeno al 35%. Un passaggio attuabile grazie al fatto che le batterie agli ioni di litio, oggi elementi fondamentali per le auto elettriche, costeranno sempre meno. Sempre Bloomberg indica infatti che già nel 2025 le elettriche potrebbero addirittura costare meno delle attuali auto.

In questa direzione si sta muovendo anche l’India che, per dimensioni, ha davanti a se un mercato enorme. Il ministro dei trasporti indiani ha fissato una soglia: il paese avrà veicoli elettrici al 100% entro il 2030. I giornali indiani parlano di un progetto “inverosimile” dato che le risorse e le attitudini di olandesi e norvegesi (che hanno fissato il cambio per il 2015) sono decisamente “più avanti” sia nei progetti di sostenibilità aziendale sia come “contributi economici per il cambiamento”, ma chi sa, mai dire mai.

 

Sofia Crugnola

Primavera 1945

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Primavera 1945
La storia sta finalmente per subire una svolta netta, dopo anni di conflitti apparentemente insanabili, battaglie infinite, tuoni di aerei nel silenzio della notte e eserciti allo stremo. Le vicende e gli esiti della “Grande Storia” sono più o meno noti ai posteri, quello che invece va perdendosi dalla memoria collettiva sono tutte le piccole storie di gente ordinaria vissuta in quei tempi bui.
La mia proposta è di fare un piccolo salto indietro nel tempo per rivivere quei mesi di trasformazione con gli occhi semplici e forse un po’ inconsapevoli di un ragazzo di 17 anni (per comodità lo chiameremo Giovanni) che non si trovava ancora al fronte, in quanto minore, bensì occupato in una azienda statale la quale produceva calzature per l’esercito ufficiale. L’indagato speciale, classe 1927,  mi racconta volentieri di quel tempo per noi lontanissimo ancora ben impresso nella sua memoria….
La tragedia era giunta come inevitabile: dopo la guerra in Abissinia e le forti sanzioni della Società delle Nazioni ai danni dell’Italia fascista, il nostro Paese di ritrovò alle strette e si avvicinò agli unici che sembravano offrire un appiglio al Duce: Hitler e la sua Germania. Quando la guerra scoppiò, l’Italia si trovava ormai troppo vicina alla Germania e la scelta di entrare in guerra al fianco dei tedeschi era in quel frangente quasi obbligata. Giovanni allora era poco più che un bambino. La notizia ovviamente scosse la tranquillità di quegli ambienti che dopo anni di dittatura si erano costruiti un proprio equilibrio, le razioni di pane e zucchero, le campane notturne, i giovani al fronte, un’atmosfera mista di ammirazione e orrore per un ragazzino. Tuttavia la vita scorreva abbastanza tranquilla, i fronti erano lontani e quelli che rimanevano erano troppo occupati a lavorare. La situazione per la popolazione precipitò quando l’Italia cambiò fronte: i fascisti dopotutto era pur sempre Italiani, ma i tedeschi no, i tedeschi erano cattivi, spietati con quelli che li avevano traditi; e si sa, più si avvicina la fine, più i violenti si sfogano sui deboli.
Tornando alla primavera del 1945, l’armata tedesca ormai conservava solo pochi avamposti nella nostra Penisola, a cui però si attaccò con i denti. In un pomeriggio qualunque il nostro Giovanni camminava con un amico lungo il Sempione, andava in ditta, verso i colli di Sant’Erasmo, (in quella zona erano stanziate le sentinelle tedesche) , quando d’un tratto uno sparo ruppe il silenzio. In fondo alla strada accasciato giaceva un uomo, una ferita alla coscia e fiumi di sangue. Non si era fermato all’alt quel disgraziato, se lo caricarono in spalla, le mani alzate in segno di pace e corsero verso l’ospedale.
Di episodi come questi ne accadevano molti, alla luce del giorno, in quei mesi finali, stremati.
Poi finalmente la liberazione, gli Americani entrarono a Milano, l’Italia si volgeva verso un futuro democratico e libero. Ma che ne rimane di quelle storie ordinarie, di gente comune, che fino all’ultimo rimase nella propria terra a convivere con il dolore?

Lovecraft: la visione del mondo dal punto di vista del rinnovatore della letteratura horror

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Lovecraft è stato uno scrittore che ha rinnovato la letteratura del terrore, unendo nei suoi racconti fantascienza, fantasy e horror. È stato fonte di ispirazione per scrittori del calibro di Stephen King e Neil Gaiman, e per registi come Guillermo del Toro e John Carpenter. Nonostante la popolarità raggiunta ai nostri giorni, Lovecraft non vide mai una sua opera sotto forma di libro, solo in riviste pulp e morì convinto di essere stato una nullità.

“Il senso dell’umorismo mi ha aiutato a sopportare la vita: infatti, in mancanza d’altro riesco sempre a procurarmi un sorriso sarcastico riflettendo sulla mia stessa insignificante ed egoistica esistenza!”

Lovecraft proveniva da un ambiente familiare travagliato: il padre morì in manicomio dopo la sua nascita mentre la madre cadde lentamente in preda alla follia, impedendo al figlio di uscire di casa o di andare a scuola, tutto ció aggravato da un crollo finanziario che porto la sua famiglia alla povertà. Questi fatti lo portarono ad escludersi dalla società e a considerarsi estraneo al mondo, rispecchiandosi nei personaggi creati dalla sua penna. Nonostante la sua solitudine ebbe un incredibile corrispondenza con altri intellettuali, scrivendo all’incirca 100 mila lettere in 20 anni, tra cartoline e resoconti, alcuni anche da 70 pagine. Al centro dei suoi racconti pone un pantheon di incredibili creature mostruose e divine dai mille occhi e tentacoli, provenienti dalle profondità dello spazio, le quali hanno creato l’umanità per puro errore. La visione pessimistica della vita era un elemento tipico di Lovecraft, il quale considerava la vita un fenomeno sopravvalutato, difatti nei suoi racconti gli umani sono solo pedine che subiscono lo scorrere degli eventi, culminanti con un finale a sorpresa grottesco. Nonostante il suo cinismo e la sua apatia, nei suoi scritti dimostrò una ricchezza di umanità e genio, riflettendo sulla vita e sulla religione, mostrando anche come a volte gli esseri piú mostruosi si nascondano dentro di noi. È interessante come le creature nate dalla sua penna rappresentano gli aspetti piu brutali e malvagi dell’uomo, nascosti da un velo sottile che può stracciarsi quando si affronta il vero volto della realtà.

“Questa nostra razza umana non è che un banale incidente nella storia dell’universo. Negli annali dell’eternità dell’infinito non ha più importanza del pupazzo di neve di un bambino nella storia dei popoli delle nazioni di questo pianeta”

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AUTOSTIMA DI PRIMA MATTINA

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Ogni anno la scuola offre agli studenti l’opportunità di partecipare alle assemblee d’istituto: come relatori o semplicemente come attivi spettatori. Queste giornate sono molto importanti: nelle varie assemblee si ha infatti la possibilitá di parlare di differenti argomenti; ognuno molto importante ed attuale. Si può, perciò, scegliere a quali assistere e con il dialogo apprendere cose nuove o semplicemente scambiare le proprie opinioni. Ho assistito per tre anni con grande entusiasmo a differenti esposizioni ed ora, al quarto anno di liceo, in compagnia di due mie compagne ho deciso di cimentarmi in prima persona come relatrice di un’assemblea. Il tema che abbiamo scelto è stato quello dell’autostima, dato che nella delicata fase che è l’adolescenza, è piuttosto difficile trovare un ragazzo che sia sicuro di sé e abbia fiducia nelle proprie capacitá. Il primo giorno è stato quello più critico, dato che per tutte e tre é stata in assoluto la prima assemblea, ma superato l’iniziale imbarazzo, le prime, timide opinioni si sono fatte sentire. Il secondo ed il terzo giorno è andata decisamente meglio, grazie ad una maggiore scioltezza da parte delle relatrici, gli indispensabili interventi dei rappresentanti d’istituto e l’interesse mostrato dai ragazzi. Nonostante la posizione un po’ svantaggiata, il pubblico si é mostrato in gran parte numeroso ed anche nei momenti con meno affluenza si è rivelato sempre partecipe. Quest’esperienza si è dimostrata un traguardo importante: fino a qualche mese fa non avrei mai creduto che sarei riuscita a parlare davanti a un pubblico così numeroso, e mai avrei immaginato che alla fine mi sarebbe persino piaciuto. In questi giorni ho imparato molto: oltre a superare la mia timidezza, ho ampliato i miei orizzonti; dai dibattiti sono emerse cose che mai avrei pensato, molte delle quali si sono rilevate poi fonte di riflessione. Purtroppo, ho potuto anche notare alcune delle conseguenze della nostra societá: la mancanza di individualitá, di personalità, e di curiositá. Talvolta, anche se è difficile ammetterlo, ci si ritrova parte di un gregge ed il proprio pensiero diventa, così, omologato a quello degli altri. Si pensa di essere alternativi, quando invece, si è parte integrante della massa. Fortunatamente, molte persone mi hanno colpita: persone curiose, vivaci, con una spiccata sensibilità e aperte al dibattito. È proprio a loro che devo la realizzazione dell’assemblea e spero che da quest’ultima i ragazzi, come me, abbiano imparato qualcosa. Non so se rifarò in futuro un’esperienza simile, ma la consiglio vivamente a tutti, soprattutto ai più timidi ed insicuri: per esprimere il proprio pensiero, ma soprattutto per imparare a superare quegli ostacoli che spesso ci limitano.
Beatrice Mugnaini